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03/11/2021

Recensione Peformance di Anja Kunze

La mia arte”, afferma la Kunze, “è modulata da un cosciente e dinamico flusso energetico che, attraversando il mio corpo, pone luce sul linguaggio che ne deriva”. È un linguaggio non comprensibile alla ragione, né pretende di esserlo ma produce un’arte ispirata, che implica un’esperienza sacra nel sentire il mondo. L’atto della performance è un ulteriore movimento di tale flusso in interscambio sinestetico tra arte e vita. Già nel titolo, Flow Out, si dichiara la volontà di abbandonare i limiti preposti a ciascuna specificità. Qui l’azione del defluire ha a che fare con il mysterium fascinans1 e con la percezione della bellezza intrisa nel gesto quotidiano, che riguarda l’arte e allo stesso modo la vita, indissolubili per l’artista. Con il supporto di una danzatrice, la Kunze crea un mutamento di forma, molto dissimile dall’astrazione gestuale dell’action painting; qui è invece attuata una transizione di stato. Divenendo essa stessa tela e pennello, la danzatrice imprime l’incorporeo sulla fisicità della tela, così anche quest’ultima può prendere vita e partecipare al fluire.

                                                                                                                                                                         Lisa Cantoli

1 Cfr. R. Otto, Das Heilige. Über das Irrazionale in der Idee des Gottlichen und sein Verhaltnis zum Razionalem, Breslau 1917. In particolare per la trattazione dell’esperienza umana del sacro in cui può realizzarsi la pienezza dell’essere, l’aspetto incomprensibile e sorprendente (mysteriosum) e quello attraente (fascinans) che dà luogo alla percezione del valore in sé.

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